Dovevo fare l’alberghiero

Sono laureata in Discipline dell'Arte della Musica e dello Spettacolo, acrostico di Dams.

E questo significa due cose: 

a) non so assolutamente fare un'operazione semplice senza l'ausilio di uno strumento calcolatore, 

b) il cinema russo per me non ha segreti. 

Di primo acchito, conoscere anfratti e viscere del cinema russo potrebbe sembrare inutile. A un'osservazione più attenta la cosa si rivela in effetti assolutamente tale. Tuttavia, nel mio percorso di studi inutile, ho scoperto cose decisamente interessanti. Per esempio: la differenza tra serie e serial. Un conto è essere il Tenente Colombo, rassicurante nel suo ripresentarsi costantemente invariato nel look e nei modi, come nei vizi e nelle virtù, ma sorprendente nel risolvere casi delittuosi sempre diversi; tutt'altra faccenda è invece vestire i panni di… che so io… il vampiro Bill Compton di True Blood che cambia, si modifica a seconda delle relazioni che intreccia, delle esperienze che matura. I personaggi di un serial, a differenza dei personaggi di una serie, possono migliorare o peggiorare, ma non rimangono mai uguali a se stessi.

Riassumendo: Tenente Colombo, serie; True Blood, serial. Tenente Colombo: la ripetizione costante dell'io nel mondo mutevole. True Blood: io volitivo in mondo volitivo. Lo so, state pensando: anni di Università buttati nel cesso. E in certi momenti lo penso anch'io. Se avessi fatto medicina ora starei scrivendo un post sui metodi più efficaci per curare le emorroidi senza ricorrere a tecniche invasive e molti di voi, soprattutto gli anonimi commentatori, starebbero segnando sui propri taccuini le mie indicazioni. Invece state lì a chiedervi: ok, e quindi? Ci arrivo.

Stamattina, davanti a Stazione Centrale di Milano, mi stavo fumando la prima sigaretta della giornata. L'andirivieni costante delle risorse umane pendolari che ogni giorno si vomitano nel capoluogo lombardo di solito mi tramortisce. Difficilmente riesco a concentrarmi su qualcosa o qualcuno di specifico, ma oggi, la voce del tizio venuto a posizionarsi a pochi passi da me era così alta da non poter passare inascoltata. Calpestando avanti e indietro due povere innocenti piastrelle, il tizio si teneva attaccato all'orecchio un cellulare e, con parlare concitato e nervoso, tentava di giustificare un qualche errore al suo interlocutore:

– Ma sì, certo che ci sono stato, questo non significa però…

Pausa. Lo sconosciuto abbassa il capo. Ascolta. Prosegue la marcetta da piastrella uno a piastrella due. Poi prende il respiro:

– Adesso però non generalizzare!

Pausa. Silenzio. Testa bassa. Ballo della piastrella. Masturbazione nevrotica della penna nel taschino. Ed eccolo di nuovo che tira su un bel po' d'aria:

– Ma è stato due anni fa! Cosa c'entra adesso? E poi l'ho vista soltanto una volta e tu ancora me lo rinfacci. 

Dall'altra parte del telefono la voce si fa più alta. Impossibile capire cosa dica, ma qualunque cosa sia non ha il suono di una carezza. Mesto, Mr X, si ferma. Rimane zitto. Ascolta. Forse. O forse sta solo contando i ricami delle sue scarpe inglesi sperando che quella tortura sonica finisca il prima possibile.

– Un solo essemmesse, cazzo! Sì, adesso tirami fuori anche la cameriera del Marocco allora! Ma no, era per dire… Mi sembra di parlare con la mia ex moglie! Ma non dire cazzate, Elisabetta! Ma come è finita?! Ma dai, ragiona! Mi stai lasciando per una stronzata. Lei per me non è niente: è stato un momento di… Un gioco… Un episodio insignificante!

Alla parola episodio tutti e sei gli anni di Università mi tornano indietro come un boomerang che probabilmente mi colpisce in piena testa perché proprio in quel momento ho una visione. La giacca Gucci di Mr X taglio manichino efebico si tramuta in uno sdrucito impermeabile inglese e la Mont Blanc con cui giochicchia diventa un mozzicone di maleodorante sigaro di quarta scelta. Eccolo, è lui: è Colombo. Non ha scoperto le Americhe e nemmeno la (o il?) clitoride (incredibile, ma anche quello scopritore lì si chiamava così). Forse, questo Colombo, di clitoride ne ha giusto circumnavigata una di troppo, questo almeno secondo Elisabetta che lo ha lasciato. Sicuramente ha cacciato il naso dove non doveva. Ma il tenente Colombo non lo fa sempre? E' nella sua personalità di detective. Di certo non era la prima volta. Come potrebbe chiamarsi serie altrimenti? E l'impressione, stando alla telefonata, è che la dinamica d'azione sia una copia delle precedenti esperienze. Mr X come una serie: episodico, formattato e prevedibile. E come Mr X, molti altri uomini. No, non sto dicendo che tutti gli uomini siano dei playboy incalliti. Ognuno ha una biografia del personaggio dalla quale fatica a emanciparsi. Ognuno segue un copione.

– Elisabetta, dai, non possiamo rompere così, per telefono. Parliamone stasera a casa, da tranquilli. Spieghiamoci almeno.

Non ho più tempo per far finta di studiarmi i marmi della stazione. Devo prendere il metrò. Andare in ufficio. Come finirà la telefonata tra Colombo ed Elisabetta? Ci penso lungo il tragitto che mi porta in via Rovereto. Continuo a pensarci per tutta la mattinata. Ogni neurone del cervello non impegnato dal lavoro è là. Immagino il proseguo.

Questa sera si vedranno. Ne sono sicura. Perché se è vero che un uomo è spesso simile a una serie, è altrettanto vero che sovente una donna è simile a un serial: un insieme di puntate senza una conclusione definitiva. Se gli uomini reiterano le esperienze come pesci rossi privi di memoria storica, le donne si buttano nelle esperienze come cibo in un robot da cucina multifunzione. E le esperienze le tritano, sminuzzano, sbattono, mescolano, impastano… Alla fine del processo sono altro da sé, un nuovo composto. Meglio o peggio? Dipende da quanto sono abili in cucina, temo. 

Sono laureata in Dams. Avrei dovuto fare l'alberghiero.

Invano

– Come glielo spiego? Oggi è una di quelle giornate in cui i mostri della mente fanno il girotondo intorno alla testa e i fantasmi del passato si affacciano con aria di sfida e dicono: dai, prova a cacciarci se riesci! Avverto un senso di vuoto e perdita che non ha senso di esserci. Una strana angoscia mi ha preso la bocca dello stomaco. E non riesco a fare nulla. Vorrei solo dormire e svegliarmi tra… 

– Tra quanto?

– Veramente non ci ho ancora pensato…

– Potrebbe andarle bene un paio di mesi? 

– Ma, Porco Deo, un paio di mesi… non so… Non le sembran un po' pochini? Che ne dice di un paio d'anni? Lei ci lavora su, io mi criogenizzo et voilà, è fatta. 

– Lei è fatta? 

– In che senso scusi? 

– No, dico lei è fatta? 

– Di carne, sangue, pensieri… come tutti immagino. 

– No, intendo: lei ha preso qualche sostanza psicotropa che potrebbe alterare il suo stato di coscienza? 

– Ah, lei parla di abusi. Interessante! 

– Cos'è interessante?

– L'abuso. Anzi, l'ab-uso. Che la parola è un costrutto latino. Ab sta per allontanamento e uso… uso sta per uso. Quindi, stando all'etimologia della parola, lei mi sta chiedendo se ho usato qualcosa per allontanarmi da qualcos'altro.

– Bella, io te sto a chiede' se te sei inalata colla, ingurgitata paste o aspirata ganja. Ganja: termine sanscrito pe' di' marijuana. Ce sei?

– Porco Deo!

– Dica…

– No, era un'esclamazione.

– Ah, mi nominava invano!

– Sì, precisamente in vano bestemmia, più servizi. In tutto sono circa 2 mq calpestabili. Lo spazio è ridotto ma, mi creda sulla parola, ha un che di grazioso. Per il prezzo, possiamo accordarci.

– Il prezzo?

– Sì, il prezzo per la mia anima.

– Ci dev'essere stato un fraintendimento. Io non mi occupo di compravendita anime.

– Peccato!

– Ma no, si sbaglia. I peccati sono sette, e non occuparsi di compravendita anime non è tra questi.

– Ne è assolutamente certo?

– Eccome! Sono io l'autore.

– Ah, lei è un collega, pensa un po'. E cos'altro potrei aver letto di suo?

– Guardi, non mi piace vantarmi, le dico soltanto che il mio libro d'esordio ha avuto un tale successo che è in ristampa dal IV sec. a.C. E ci sono svariate riedizioni aggiornate.

– Però… mica male. E ora, a cosa sta lavorando?

– A un film.

– Un film, niente meno! Bello… 

– Sì, ho qualche problema con la protagonista però.

– Accidenti, mi spiace. Come mai?

– Mah, è una tipa un po' così, vuole metterci del suo e poi m'incasina tutto. Sa, ha delle velleità autoriali è s'è messa in testa di fare la co-sceneggiatrice.

– Ha dell'iniziativa la ragazza!

– Si va be', ma io lo devo chiudere 'sto film. Mi sta costando un patrimonio e ci ho altre produzioni aperte, non posso star dietro solo a lei. Adesso sa che faccio?

– Me lo dica…

– Adesso la faccio morire, così risolvo il problema.

– Ma no su, i drama sono così abusati. Basta con queste eroine che schiattano. E ora di lieti fine.

– Lei dice?

– Ma sì. Le persone hanno bisogno di messaggi positivi. Di speranza. Se lei me la fa morire mi intristisce gli spettatori.

– Che ne pensa di una bella malattia? Poi la facciamo guarire comunque…

– Già visto.

– Perdita momentanea di memoria?

– Un cliché.

– Mi manca il finale.

– Benvenuto!

– Ma, veramente sono qui già da un po'.

– Davvero? Non me n'ero accorta.

– Sempre così. Nessuno si accorge mai di me.

– Certo, se s'impegnasse un po' di più, Porco Deo!

– Dica…

– Era un'esclamazione!

– Mi ha di nuovo nominato invano.

– Ricominciamo?
– Meglio di no. 

Inganno cartoons

Sono nata nel 1979.
Un'ottima annata. Soprattutto per il Barbaresco, il Bordeaux e le femmine d'uomo.
In effetti, penso, prendere l'ultimo alito degli anni Settanta mi ha in qualche modo vaccinata contro l'inutilismo degli anni Ottanta. I peggiori anni della nostra vita, o storia se preferite. 
Gli anni di Craxi, della Milano da bere, gli anni in cui il berlusconismo s'insidiava nelle vene degli italiani senza che la scienza medica se ne accorgesse in tempo per creare un antidoto. E dire che la farmaceutica ne avrebbe fatti di soldi. Gli anni Ottanta che si sono protratti fino al '92 con il male di tutti i mali: il CAF, Craxi-Andreotti-Forlani. Che Dio che ne scampi e liberi, diceva il coro popolare con il principiare di Mani Pulite. Ma Dio era evidentemente in altre faccende affaccendato. Al solito. Gli anni Ottanta delle giacche doppio petto e delle camicie in satin lucido con le spalline. Agghiaccianti. Gli anni Ottanta di Miguel Bosé, Nick Kamen e… Scialpi. E ho detto tutto!
Ma anche gli anni dei cartoons giapponesi con cui la mia generazione è malauguratamente cresciuta.
Malauguratamente, perché non si può crescere sani e centrati se fin dalla più tenera età si viene bombardati da certe storie.
Prendiamo Lady Oscar, per esempio. 
Femmina rinnegata in quanto tale da un padre gran colonnello del maschilismo più sfrenato; figa, perché una bionda con occhi azzurri è figa; intelligente e volitiva; forte come un maschio ma gentile come una donna. Il transgender più riuscito nella storia dell'animazione di tutti i tempi. E, detto tra noi, l'essere umano più squilibrato che la mente di uno sceneggiatore potesse partorire. Quindi, c'è questa donna costretta a crescere come un uomo che diventa il capo delle guardie reali di Francia in pieno periodo rivoluzionario, tanto per non farsi mancare nulla. Le donne la amano, gli uomini la amano e anche il popolo l'amerà. L'amano tutti meno l'uomo da cui vorrebbe essere amata. Niente meno che un Conte Svedese: Axel von Fersen. Ma Fersen ama un'altra e si dà il caso che l'altra sia la regina di Francia, Marie-Antoinette. E sticazzi! E poi c'è l'uomo zerbino: lo stalliere André, praticamente la versione saponata di Oliver Mellors, il guardiacaccia amante di Lady Chatterley. Riassumendo la trama del cartone animato: lui ama lei cha ama un altro che ama un'altra. Che bell'ammucchiata sarebbe stata se a scrivere la storia fosse stato Riccardo Schicchi anziché Riyoko Ikeda. Invece niente ammucchiata. Il bell'André aspetta che la bella Oscar si accorga di lui, nel frattempo diventa zoppo, perde la vista e, quando finalmente dopo anni lei si decide a dargliela e a giurargli amore eterno, lui che fa? Muore. Chiaramente. Fortunatamente, di lì a poco, morirà anche lei. Morti, ma innamorati per sempre. Esiste qualcosa di più romantico? 
Quanto mi piaceva Lady Oscar! Tuttavia la passione per Lady oscar era minacciata dalla passione per Georgie: ennesimo cartone animato struggente, ennesimo personaggio problematico.
Georgie era un raro esempio di sfiga: orfana di madre e con un padre in fuga; odiata dalla madre adottiva ma amata dai due fratelli adottivi; innamorata a sua volta di un mollaccione viziato, però bono e ricco, che comunque non guasta. Breve sinossi: Georgie viene cacciata da casa dalla madre adottiva e parte dall'Australia verso Londra inseguendo il rampollo imbecille e con una mission: ritrovare il padre naturale. I due fratellastri, brasati come cinghiali al Barolo, la inseguono. Tra una sveltina mediocre con il belloccio idiota e una scopata memorabile con il fratellastro macho ritrovato, Georgie fa la fame, finisce in un intrigo tra nobili e ritrova il padre. Quando finalmente le cose sembrano mettersi bene per lei –  è incinta del fratellastro, ha un padre che l'adora e si scopre pure ricca sfondata – il padre del suo bambino muore tragicamente. Eh già…  Ma non tutto è perduto: rimane pur sempre il fratellastro femmineo Arthur che non si fa mezzo problema a prendersi la bella con tanto di figlio a seguito. I due più bambino tornano in Australia e vivono per sempre felici e contenti. Ah, l'amore, questo folle sentimento che…  
Oscar, Georgie, ma potrei elencare ancora un'altra decina di eroine da cartoon, mi hanno fregata.
Sono cresciuta credendo nell'amore, possibilmente eterno. Sono diventata adulta aspettandomi di trovare l'altra metà della mela, anche non subito, con comodo. Mi sono anche preparata al fatto che nel percorso avrei avuto bisogno di un buon psicoterapeuta perché l'amore, a quanto pare, viaggia fianco a fianco con lo squilibrio mentale. In fondo c'è sempre un biglietto da pagare, no? Il fatto è che io il biglietto l'ho preso, però m'hanno tolto il film prima che potessi vederlo. Che culo!

L’antiquario

Parigi. Al 70 di Rue de Rosier il pendolo Biedermeier tardo Ottocento batte cinque colpi e l'antiquario Jacob Baer alias Carol Vasseur, appoggia la cornetta del telefono e si strofina le mani compiaciuto. Gli affari vanno bene da quando si è trasferito nel cuore del Pletzl e ha detto addio alle sue origini nordiche. La sua nuova identità di ebreo frutta più clienti del previsto. È la moda e un commerciante sa sempre quando è giusto assecondarla.
– André, prepara l'articolo 25. 
Il giovane assistente scatta in piedi da dietro la sua scrivania sollevando una nuvola di polvere fitta e sottile. 
– Preferite che lo metta in vetrina o lo sistemo tra le novità?
– André, mio semplice sprovveduto André, quante cose hai ancora da imparare!
Parigi. Al 70 di Rue de Rosier il pendolo Biedermeier tardo Ottocento batte sette colpi e un sole basso penetra dalle vetrate della bottega dell'antiquario Jacob Baer alias Carol Vasseur, tingendo d'arancio tutto ciò su cui si posa. 
– La merce non è di vostro gradimento?
L'avventore, un uomo sulla quarantina smilzo e dinoccolato, le mani in tasca, si guarda intorno con aria annoiata.
– È tutto estremamente interessante, ma vedete, sto cercando qualcosa di più… come dire…
Jacob Baer, un viso di cera da cui non traspare alcuna emozione, procede tra gli articoli, lento.
– Sì, certo: di più… Penso di sapere quello che intendete. Credo di avere il pezzo giusto per voi.
Jacob Baer di addentra nel cunicolo dei ricordi che un tempo sono appartenuti a qualcuno e ora giacciono abbandonati, dimenticati, in attesa. L'avventore lo segue incuriosito.
– Ecco, articolo 25: un nuovo arrivo. Siete il primo a cui lo mostro.
Gli occhi dell'avventore si aprono in un sorriso soddisfatto.
– Ma vi prego, avvicinatevi, osservatelo per bene: le linee, i colori… Non siate timido, annusatelo anche. L'olfatto vuole la sua parte sapete? Avete notato la pelle? 
– Incredibile! Davvero stupefacente… Ma di che anno è?
– Fine Settanta, un raro pezzo di modernariato.
– È in ottime condizioni. Chi ve lo ha venduto non deve essersi reso conto di che cosa stesse facendo.
– C'è chi si stufa presto anche dei pezzi migliori. 
– Faccio fatica a comprenderne le motivazioni. Immagino che vogliate una fortuna per questo.
– Quanto vale per voi? Fatemi un'offerta sincera e io ve lo venderò per la metà.
– Mi state prendendo in giro vero?
– Nel modo più assoluto, no! 
– Allora la merce ha un difetto che un occhio non allenato come il mio non può vedere.
– Nessun difetto. Anzi, per dimostrarvi che non vi sto imbrogliando vi lascio qui solo tutto il tempo che vi serve per considerare il vostro acquisto. Potete passarlo al setaccio e verificare voi stesso che l'articolo non ha alcuna pecca. Potete toccarlo, girarlo… Insomma, fate come fosse già vostro. 
Parigi. Al 70 di Rue de Rosier il pendolo Biedermeier tardo Ottocento batte otto colpi e l'antiquario Jacob Baer alias Carol Vasseur, scorre fra le mani le banconote.
– Novecento settanta, ottanta e ottantacinque! Un ottimo affare.
– Ma signore, ne valeva più del doppio…
– André, mio semplice sprovveduto André, quante cose hai ancora da imparare!
Jacob Baer allinea le banconote, si abbassa dietro il bancone, afferra una vecchia scatola di metallo, la apre con grande cura e vi sistema ordinatamente l'incasso. André lo osserva come se stesse prendendo appunti. 
Il campanello del negozio trilla. Da sotto il bancone la voce di Jacob Baer annuncia:
– Mi dispiace, il negozio è chiuso, tornate domani.
– Signor Baer…
Jacob Baer si tira in piedi. Sulla porta un uomo di mezza età, canuto e ben rasato in abito elegante. Accanto a lui una donna, non più di quarantacinque anni, i capelli raccolti, gli abiti di tutti i giorni. Jacob Baer sorride beffardo.
– Signor Boursier, che piacere rivedervi! Quanto è passato, un anno? Forse meno…
– Otto mesi signor Baer, otto mesi.
– Qualche problema con la merce?
– No, nessun problema. I vostri articoli sono sempre ottimi. Solo, non so… Vorrei proporvi uno scambio, con qualcosa di più nuovo, capite che intendo?
– Perfettamente.
– Sia chiaro che se dovessi anche perderci qualcosina… Suvvia, mi conoscete da tempo. Non sono certo uno di quei clienti che fa le pulci sul prezzo. 
– No, non è nel vostro stile.
Parigi. Al 70 di Rue de Rosier i battiti del pendolo sono coperti dal rumore della serranda che André sta tirando giù. L'antiquario Jacob Baer alias Carol Vasseur stringe vigorosamente la mano al signor Boursier che cinto nel suo abito elegante sparisce dietro l'angolo, solo. André chiude il grosso lucchetto di ferro. Si solleva e volge lo sguardo verso l'antiquario che sta guardando la vetrina.
– Signore, perché questa me l'avete fatta mettere in vetrina?
– André, mio semplice sprovveduto André, quante cose hai ancora da imparare!
Parigi. Al 70 di Rue de Rosier è notte fonda. Nella vetrina dell'antiquario Jacob Baer alias Carol Vasseur, una donna, non più di quarantacinque anni, i capelli raccolti, gli abiti di tutti i giorni, è seduta su una vecchia sedia di legno, le mani appoggiate sulle cosce. Una lacrima le scivola sul viso. Le luci a tempo della vetrina si spengono.

come ho privatizzato mia nonna

Sembrava una processione.
Alle 10, quando si sapeva che sarebbe rientrata dal mercato, suonava la signora Pina.
Pina aveva un'età indefinita: poteva avere 45 anni o 65 o chissà.
Era rubiconda, tonda come se per forgiarla avessero assemblato delle sfere di carne.
Sferico il viso, sferico il tronco, sferico e un po' di più il sedere e naturalmente sferiche le gambe.
I piedi no, i piedi non erano sferici, assomigliavano in modo impressionante a dei consistenti plumcake.
Graziosi a modo loro. So che guardandoli mi veniva una strana voglia di morderli. Una tentazione che non aveva nulla a che fare con quelle che potrebbero essere scambiate per delle prime avvisaglie di feticismo. Non ho mai più avuto desiderio di mordere altri piedi a parte quelli. Evidentemente m'ispiravano particolarmente, o forse era solo perché in quegli anni stavo cambiando i denti e sentivo l'esigenza di testare l'efficacia di quelli nuovi.
La signora Pina aveva un marito: Nicola, detto Nicu, con la U e non so spiegare perché. Lui di tondo non aveva nulla invece. Era piuttosto un uomo fuso. Non nel senso di esaurito, assomigliava proprio a un fuso per filare in scala umana. Era, insomma, lungo e appuntito. A quei tempi mi domandavo seriamente se, quando moglie e marito dormivano insieme, o si abbracciavano, non ci fosse il rischio che le punte di lui forassero la carne gonfia di lei. E se questo fosse avvenuto, che ne sarebbe stato di Pina? Si sarebbe ritrovata a fluttuare nell'aria fino a ritrovarsi pelle flaccida spalmata nel cortile del condominio? A quanto pare, però, il rischio che i due si avvicinassero provocando un incidente irrimediabile non esisteva. Si mormorava infatti che Nicu il fuso avesse una relazione con Lorena la pazza del secondo piano. Lorena la pazza era detta pazza perché urlava sempre. Di solito con il marito, il signor Nino, un ubriacone che aveva un naso rosso da clown e cantava sempre canzoni popolari venete, perché era da là che veniva. A me il signor Nino però stava simpatico.
Alle 10, puntuale come un esattore delle tasse, la signora Pina suonava dunque il campanello.
Mia nonna, che stava già pulendo la verdura appena acquistata non senza mercanteggiare sul prezzo o sul peso, scostava con una lentezza quasi rituale l'insalatiera che aveva sulle ginocchia e la poggiava di lato sul divanetto brutto, ovvero il divanetto di servizio e non quello bello in pelle riservato agli ospiti; poi ripiegava lo strofinaccio che metteva diligentemente sotto l'insalatiera per non gualcire la gonna; e infine si alzava e andava ad aprire.
– Signora Raffaela, passavo di qui e ho pensato che magari poteva servirle qualcosa…
– No signora Pina, sono appena tornata dal mercato. Ma entri entri che ci facciamo un buon caffè.
E quella entrava e, mentre mia nonna preparava il caffè, iniziava a vomitare rabbia, disperazione e lamento.
Mia nonna ascoltava, ascoltava, ascoltava… Finché, a un certo punto della conversazione, la signora Pina scoppiava in lacrime ed allora mia nonna si alzava, andava in camera da letto, tirava fuori dal cassetto un fazzoletto stirato che odorava di lavanda, tornava nel soggiorno, lo porgeva alla signora Pina che finito di asciugarsi il viso abbracciava mia nonna, la ringraziava e si congedava.
Quando la signora Pina se ne andava, mia nonna mi sorrideva e diceva:
– Ah, che mondo! 
Poi si accomodava nuovamente sul divanetto brutto, appoggiava lo strofinaccio sulle ginocchia, si rimpossessava della sua insalatiera e proseguiva a pulire le verdure.
Il pomeriggio era invece il turno dei testimoni di Geova.
– Oh, signora Raffaela, come sta? Lo sa che Dio ci ha mandate a dirle che il mondo presto finirà?
E mia nonna, alzando gli occhi al cielo e sospirando:
– Speriamo che finisca dopo Milagros.
Milagros era tra le tante, la sua telenovela preferita. Poteva accettare tutto: che Dio esistesse oppure no; che Gesù fosse il Cristo o un semplice mitomane; anche che le polpette della domenica non le riuscissero particolarmente bene. Ma che il mondo finisse prima che Milagros avesse finalmente trovato la felicità che meritava con l'uomo della sua vita, no: questo non poteva davvero accettarlo.
I testimoni di Geova, o meglio le testimoni perché erano donne, parlavano di Dio, della fine del mondo, e anche di medicine e cure e di altre cose che con Dio, io settenne, non capivo proprio cosa mai c'entrassero. Nemmeno mia nonna sembrava capire tutto, ma ascoltava. Ascoltava e di tanto in tanto poneva qualche domanda che metteva in crisi le testimoni le quali, quando rimanevano senza più risposte, decidevano che era arrivato il momento di andare a portare la parola di Yahweh, o Jahvé che scriver si voglia, altrove. Uscite le testimoni, mia nonna mi guardava, mi sorrideva e diceva:
– Geova, Dio, Iavé… tutti questi nomi per dire che ci sentiamo soli. Menomale che c'è Milagros!
In effetti Milagros sarebbe stato un buon nome per una dea: la dea Milagros, protettrice di tutti gli anziani. Oppure: la dea Milagros, la santa catodica. Sì, avrebbe potuto funzionare.
La sera, dopo cena, a suonare il campanello era la signora Laura detta, non senza una punta di malignità, "la siciliana". A quanto sembra tra calabresi e siciliani non correva buon sangue, o almeno non ne correva tra la signora Laura e mia nonna. Secondo me perché non si capivano. Voglio dire, è difficile capirsi ostinandosi a parlare due dialetti diversi. Perché non provare con un più sincretico italiano? Non l'ho mai capito. Comunque si volevano bene. Il loro problema era John Wayne, corrispettivo maschile di Milagros. Per mia nonna era inaccettabile che la signora Laura non ne riconoscesse la grandezza artistica. Eh certo! Quella capacità espressiva, quel plasticismo fisico, quel talento recitativo… Fatto sta che per mia nonna, l'incapacità della signora Laura di apprezzare John Wayne era la prova provante che "la siciliana" meritasse di non esser mai riuscita a maritarsi. E non mancava di farglielo sapere. 
Questi i personaggi fissi che entravano e uscivano da casa di mia nonna come dalle quinte di un teatro.
Ma ce n'erano molti altri che apparivano periodicamente. E mia nonna ascoltava tutti e stava con tutti e per tutti aveva una parola buona o cattiva. Fatto sta che nessuno usciva da quella casa senza un qualcosa su cui riflettere e, soprattutto tutti ciclicamente tornavano. 
E questo mi diede lo spunto. Il primo spunto commerciale della mia vita.
Se mia nonna riusciva a catalizzare tutte queste persone e se ognuna di esse avesse pagato 500 lire per ogni mezzora di visita, in virtù del fatto che tutto sommato durante quella visita ricevevano un servizio, quell'andirivieni poteva diventare un business non indifferente per noi. Per noi, perché contemplavo di pagare una percentuale a mia nonna. Diciamo i 20% dei guadagni escluso ovviamente il mio stipendio da cassiera, che sono comunque ore-lavoro che vanno conteggiate. Così, pregustandomi i numerosi gelati e le molte figurine che avrei potuto acquistare con tutte quelle entrate, feci il mio bel listino prezzi e lo attaccai sulla porta d'ingresso. 
Il business però fu un fallimento. Le persone che si alternavano a far visita a mia nonna, che arrivavano da lei assetati di ascolto e accoglimento, lo leggevano sì il listino affisso ma, ridendo e arruffandomi i capelli con tenerezza, si limitavano a dire:
– Ah che simpatica questa bambina, ha già il senso degli affari della mamma!
E di 500 lire nemmeno l'ombra. Una delusione!
Ma fu comunque una lezione importante perché credo di aver capito in quel momento che mia nonna era, in fondo, un bene comune e non si può privatizzare e monetizzare un bene comune. 
I beni comuni vanno semplicemente preservati e condivisi.

Ultimi sette giorni

Sono sempre stata così: non mi piace partire e non mi piace tornare.
Mi adatto in fretta, ma sono fondamentalmente una stanziale.
E lasciare Montreal mi pesa tantissimo, anche se oggi piove e fa freddo.
Anche se qui non è stato sempre facile.
Anche se in fondo mi mancano tantissimo alcune persone che ritroverò tornando.
Ma tornare a Torino è l'ennesima prova che la mia vita è perennemente attesa che…
Soprattutto tornare a Torino è l'ennesimo arrivederci a…
Arrivederci su skype, con sei ore di fuso orario e il calore di un abbraccio che manca quando ne avrei davvero un gran bisogno.
E poi ci saranno tre mesi di mail strazianti.
E poi l'Africa.
E poi le pratiche per l'immigrazione sono fatte apposta per rinunciare.
Non finisco di correre mai.
E' tutto una gara e io mi fermerei proprio volentieri.

Perché ho una storia?

Sono una disordinata compulsivo-recidiva e la mia scrivania è sempre un campo di battaglia sul quale si sono appena scontrati Sioux e Pawnee.
Fascine di tovagliolini di carta di vari caffè e bistrot usati come rubriche telefoniche e blocchi note di fortuna; pile di scontrini e ricevute che ho imparato a conservare per tener conto delle spese; depliant e flayer d’ogni tipo e giornali freepress di ogni dimensione, che chissà possano tornare utili un domani (anche solo per salvare il parquet dalla perdita dei tubi del bagno); sono gli amabili resti delle mie giornate convulse.
Libri, libercoli, manuali e saggi, che si accumulano in tante torri di babele culturali degne di una schizofrenica, sono gli scalpi della mia curiosità famelica.
Succede però che in questa disorganizzazione mi occorra improvvisamente la cosa x appoggiata da qualche parte il giorno y quando stavo occupandomi della faccenda z.
E non c’è scampo: tocca iniziare la caccia al tesoro.
E io con le cacce al tesoro non ci ho mai saputo fare.
Il problema è che mi perdo.
Come spiegare?
Sono lì che tento di seguire la mappa, no? Allora, ligia ligia, ripercorro i gesti del giorno tale: il giorno in cui ho appoggiato l’oggetto tale nel tale angolo e… e poi incespico! Incespico in una serie di carabattole e ammennicoli e oggetti senza alcuna connessione gli uni con gli altri. E queste carabattole, questi ammennicoli e oggetti, diventano madeleine. Le mie madeleine. Mi basta infatti sfiorarli che non so più fermare i ricordi.
Così, visto che non sono mai stata capace di fermarli questi ricordi, ho imparato a seguirli.
La madeleine di oggi è un cd di Mario Incudine, Gamàr.
Ce l’ho dalla festa per il trentennio dell’Associazione Messinesi di Montreal.
La sera in cui Mario ha disperatamente tentato di farmi ballare una tammuriata, giocandosi definitivamente i piedi e gli stinchi.
Ma gli uomini del sud, non temono nulla. Nemmeno le donne del nord tammuriata resistenti.
Di Mario avrei voluto parlare subito dopo averlo conosciuto, ma ogni volta che mi sono messa a scrivere di lui, finivo con lo scrivere di un altro siciliano, certo Gilberto Idonea, anche lui presente al trentennio dell’Associazione. E non perché quest’ultimo mi stesse più simpatico. Proprio no.
Ma questa volta non ci casco!
Non dirò che il grande attore Gilberto Idonea ha fatto un one man show d’arresti domiciliari, quanto meno, per i contenuti agghiaccianti dei suoi monologhi (che sarebbe meglio chiamare soliloqui visto che non ha fatto altro che parlare di se stesso). Lascio perdere, ad esempio, il pezzo su quei cattivoni degli ebrei che, vista l’amicizia dell’attore Musco con il nostro beneodiato Benito Mussolini, il quale, ma è un’inezia, aveva appena promulgato le leggi razziali, bloccarono lo spettacolo del noto attore siciliano a New York. Certo, dei veri assassini della cultura questi giudei. In effetti, bisogna dirlo, i fascisti italiani agli amici degli ebrei non hanno mai fatto un torto del genere. Semplicemente li raccomandavano in grandi villaggi turistici specializzati in campi di vacanza-lavoro, pieni pieni di volontari che lavoravano tantissimo. Ma tanto da morire eh!?
Sorvolo poi sul fatto che venire a Montreal, dove un sacco di immigrati hanno mantenuto il passaporto italiano e sono quindi possibili elettori in madrepatria, e dire che la cosa che più desiderano i siciliani è che il Governo costruisca finalmente loro il ponte sullo Stretto di Messina mi sembra quanto meno fuori luogo. E faccio finta di non aver capito che, per riportare tutte queste (e molte altre, credetemi sulla parola) bestialità in giro per le comunità italiane nel mondo, il grande attore Gilberto Idonea venga pagato dal Ministero degli Esteri. Che sarebbe come se lo Stato (cioè noi con le nostre tasse) pagasse lo stipendio a Calderoli per fare il Ministro della Semplificazione… Ah già, lo fa!
Per fortuna però che c’era Mario.
Grazie Mario! Come dice la mamma di Vitellozzo in Non ci resta che piangere.
Grazie per aver portato agli italiani di Montreal, ai messinesi di Montreal, e a me che ero lì per caso, un vero spaccato dell’Italia. Perché senza troppa puzza sotto il naso, Mario e il suo compare Putzu, hanno regalato a noi che eravamo lì seduti a teatro, uno spettacolo pieno di passione, ardore e anima. Uno spettacolo sincero. Uno spettacolo che non era una mera messinscena della loro indubbia bravura, del loro gigantesco talento artistico. E talento artistico ce n’era da vendere. Tanto da riuscire riportare questi siciliani canadesi a casa, anche se per due ore soltanto. Soprattutto a casa oggi. Non in un passato ammuffito, retorico e intellettuale, bensì in un presente fatto di persone, di carne e di sangue. La carne emaciata, per esempio, dei tanti migranti nord africani che, come noi italiani prima e altrove, si stanno rovesciando oggi, in queste settimane, in questi ultimi anni, a Lampedusa. E la Lampedusa raccontata da Mario con una canzone svuotata da ogni pietismo e demagogia, 40 anni fa era la Halifax di molti italiani.
E’ vera arte saper scherzare con grande rispetto sull’essere drammaticamente italoamericani.
E’ vera arte saper dare cittadinanza alle sofferenze e ai rimpianti di chi un giorno ha scelto di lasciare la terra madre.
E’ vera arte restituire a un’oriunda come me una parte della sua storia, della storia della sua famiglia.
Perché è vero che i miei nonni non si sono spinti fino a Montreal e, per fortuna, non sono morti a Marcinelle, ma anche loro hanno lasciato quel posto che chiamavano casa per dare ai figli un futuro migliore.
E senza quel futuro migliore, senza quel viaggio, il loro viaggio, io probabilmente non ci sarei.
Allora grazie, Mario e Antonio, per avermi ricordato che qualcuno ha dato la sua storia perché io, oggi, ne avessi una.

Bisogna avere i coglioni

"Bisogna avere i coglioni per fare questo lavoro". Cosi' dice l'ometto deformato che mi siede davanti, stretto nel suo doppio petto blu scuro. Poi mi guarda aspettando da me una reazione. Io penso per un attimo a qualcosa di intelligente da dire per dimostrare che, sticazzi, io sono il suo uomo!
Quella l'intenzione: uscirmene con una frase storica, epocale, qualcosa che questo incrocio mezzo essere umano maschio e mezzo animale non immediatamente identificabile possa ripetere a quelli che, dopo di me, si presenteranno davanti a lui per sostenere un colloquio. Tuttavia, al posto della frase epocale da ripetere ai posteri mi esce invece: mi spiace, sono una donna. Detto questo, mi alzo, gli stringo la mano e me ne vado. 
Non e' un atto di coraggio.
Non e' nemmeno il lancio di una sfida.
Si tratta di un dato di fatto.
Io i coglioni non ce li ho.
Ho molte altre cose che in questa sede non mi sembra elegante elencare, ma i gingilli sperma contenitori proprio mi mancano.
E questo non fa di me un essere umano mutilato, garantisco.
Fa di me un essere della stessa specie ma di sesso diverso.
Non e' un concetto compicato da capire, e' semplice e del resto lo si impara abbastanza presto. 
Diciamo intorno ai 3, 4 anni.
E' vero che purtroppo la presa di coscienza profonda arriva piu' tardi. Almeno per qualcuno.
Altri, purtroppo, continuano a misurare il mondo con il "fallometro" e non sempre con il "fallometro" che viene dato loro in dotazione, perche', diciamocelo, alcune misurazioni sono fin troppo ottimistiche. 
Che' la cosa importante, per cambiare atteggiamento e visione, e' iniziare dal vocabolario.
Un vocabolario che prevede modi di dire maschilisti costruisce una societa' maschilista.
E francamente, senza voler fare del femminismo spicciolo, la faccenda incomincia a starmi sui… no, eddai!, non sui coglioni, quelli continuo a non averli, ma i piedi li ho, tutti e due fortunatamente, e continuare a farmeli pestare non e' nelle mie corde.
Il fatto e' che mi sono davvero stancata di dovermi mascherare da uomo per essere minimamente presa in considerazione.
Mi sono stancata di dovermi giustificare per il fatto di essere in eta' fertile e felicemente in coppia. 
Mi sono anche stancata di dovermi vergognare perche', una volta al mese, assomiglio a una pizza al salamino piccante tanti sono i brufoli che mi esplodono sul viso.
Si', in effetti non sono proprio il ritratto della seduzione, ma se non sono appetibile come una torta appena sfornata, be'… con quella pancia da tour bagno divano che avete allenato con tanta devozione, un pochino di dieta non vi fara' certo male. 
E, quando perdo le staffe per delle motivazioni assolutamente ragionevoli, non ne posso piu' di sentirmi dire che, come tutte le donne, sono uterina.
Ragazzi, sarebbe come dire che voi, in quanto maschi, siete tutti coglioni.
E non e' vero, no?

Oh Canada! #1

In soli due giorni ho tanto di quel mondo nuovo negli occhi che mi fanno addirittura male.
A Montréal oggi piove ed è una giornata freddina.
Ieri però c'era un sole incredibilmente caldo e il cielo era di un blu mai visto.
Sarà che qui le case sono basse e il cielo non è ridotto a un fazzoletto risicato.
Sarà che mi aspettavo di atterrare in un freezer e, come sempre, sono stata sorpresa e smentita.
Sarà che c'era un bivio, e io l'ho preso.